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Dicotomie

Scritto da simon.
Domenica 19 Marzo 2006, 9:48 pm.

 

Viviamo in un mondo dicotomizzato, separato da profondi fossati ideologici.
Bianca o nera, ogni forma di espressione risente di divisioni tra fazioni di sostenitori di una via piuttosto che di un'altra.
In questi tempi, dove si parla estensivamente di "globalizzazione delle masse", per rifarmi ad un gioco di parole con gli scritti di Mosse, ritengo noi tutti essere ben lungi da una comunione di intenti e punti di vista, anche e soprattutto parlando di architettura.

L'architettura, un esempio sublime di dicotomie applicate, con le sue correnti opposte, le sue fazioni, i suoi coinvolgimenti. In Italia si dicotomizza pure chi l'architettura la crea: o si è ingegneri o si è architetti, e tra queste figure ancora si va a sperequare tra chi è tradizionalista e chi d'avanguardia, sia che si parli di pianificazione urbanistica, di caratteri compositivi, o di mero calcolo strutturale.
Un cosmo frammentato di stili e figure professionali che, a ben vedere, garantiscono anche se con toni a volte aspri, la continuità di quel contraddittorio che ha fondato il pensiero umano.
Sin dai tempi antichi, l'architettura è stata esclusivo appannaggio di architetti nel senso più rinascimentale del termine, ossia dei "capi dei costruttori". Poi l'ingegno e la sperimentazione ci hanno fatto dono del cemento armato, quel béton armeé che ha creato un nuovo linguaggio esteso, dagli audaci ponti di Maillart a tutta la sintassi esplosiva del razionalismo del XX secolo. Gli ingegneri hanno insegnato un nuovo modo di esprimersi agli architetti.
Oggi l'innovazione a tutti i costi non si gioca più, ne sono certo, nella sperimentazione spaziale di forme e geometrie, ma nei materiali e nelle loro esasperazioni prestazionali; tranne rarissimi casi.
Acciaio, vetro e cemento, sono diventati repertorio di molti, ma il loro impiego non offre motivo di innovazione anche ai "bassi livelli edilizi". O si parla di grandi opere dove si cerca la spettacolarizzazione dei contenuti, o si rimane in un'edilizia asettica, priva di espressività, generata dai dettami di regolamenti edilizi più politici che sociali. Ecco una nuova dicotomia.
Tra tutto questo, c'è chi dice che sperimentare risulta quindi errato, trincerandosi nei bastioni della tradizione. Personalmente sono convinto che il progettista del nuovo millennio, ingegnere od architetto che sia, debba necessariamente essere attento alla tradizione, ma non suo schiavo; l'architettura tradizionale è più "semplice" di quella moderna!
So di suscitare perplessità o sdegno con una affermazione così secca, ma riflettiamo pochi istanti. La tradizione costruttiva ci ha fornito un linguaggio formato da regole e geometrie precise, applicate nei secoli, dal classicismo, al barocco rocaille, al neoclassico, sino all'eclettismo più contaminato. L'architetto si è trovato e si trova a scrivere un dialogo con l'architettura utilizzando parole già scritte. A lui sta solo di pronunciarle in modo corretto. Dal mio punto di vista il progettista tradizionalista è un colto compilatore.
Spingersi oltre costituisce la vera sfida, ma questo è il campo dove tanti cadono. Il linguaggio moderno, dalle avanguardie al decostruttivismo, è molto più complesso: è una intera struttura sintattica da declinare in maniera corretta di volta in volta, coerentemente con quel genius loci che la tradizione reclama quasi come sua esclusività. E questo non è da tutti.
Nascono così opere dal contenuto discutibilissimo, quelle che favoriscono l'auto-incensazione dell'ego dei tradizionalisti.
Ecco perchè ritengo che il buon progettista sia colui che studia la tradizione, ne coglie l'intima essenza e la rinnova con la ragione del progresso, materico e mentale. Non dimentichiamo che la proporzione classica di un tempio greco o la geometria di una piramide sono venute alla luce per proiettare il divino nel mondo immanente dell'uomo, in una ricerca di perfezione che di certo non può essersi compiuta in se stessa, ma che aspetta di evolversi e maturare con l'umanità, che avrà steso un altro passo nel momento in cui avrà saputo rendere unitarie le proprie dicotomie.

 

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